Avete mai sentito parlare di app chiamate Moment (per dispositivi Apple) o Quality Time (per gli Android)? Non fatele mai conoscere ai nonni/zii/vecchi amici di famiglia che vi accusano di passare troppo tempo davanti a “quel coso” (ovvero il cellulare), altrimenti rischierete di dover dar loro ragione. Però, anche se lontano dai loro occhi indiscreti, dovremmo tutti averle attive sul nostro smartphone.  Ciò che è sorprendente è che la loro utilità non sta nell’offrire di per sé un nuovo servizio, ma nel farci capire quanto siamo dipendenti da quelli già esistenti.

Io le ho scoperte grazie alla pagina Facebook di Pablo Trincia (ex iena ed ora inviato per Servizio pubblico e Announo), quando il giornalista aveva pubblicato uno screen che mi ha fatto rimanere perplessa. Questo:

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Quei numeri che vedete lì sulla destra – piccoli, colorati e innocenti – sono le ore al telefono passate da Pablo: chiamate, social network, SMS, applicazioni… tutto. L’app, una volta attivata, ha registrato i suoi movimenti e glieli ha spiattellati brutalmente sotto il naso, facendogli aprire gli occhi di fronte all’ovvio: è più dipendente dal suo smartphone di quello che pensasse.

La prima cosa che ho fatto quando ho letto queste cifre è stata strabuzzare gli occhi. Perdindirindina! Com’è possibile che una persona, nonostante abbia fatto dei nuovi media il suo lavoro, possa stare per così tante ore attaccato al piccolo schermo di un cellulare? Sì dai, lo ammetto, l’ho un tantino giudicato.

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E allora è partita la sfida con me stessa. Sicura di aver la situazione sotto controllo, sono andata subito sul mio Play Store, ho scaricato l’app e ho iniziato a quantificare la mia dipendenza dalle tecnologie. Beh, il risultato è stato sorprendente.

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Ebbene sì, le mie cifre non erano poi così inferiori a quelle di Pablo. Tra l’impostazione della sveglia, un giretto sulla home di Facebook, Whatsapp e la consultazione del calendario, le ore sul cronometro avanzavano senza che nemmeno me ne accorgessi. Non solo, l’app segna anche il numero di volte che l’utente sblocca la tastiera e anche quelle sono state scioccanti. Ti arriva il messaggio? Sblocchi il cellulare, magari anche inserendo il codice segreto. E lo stesso fai dopo la notifica sonora di un social o dell’amico che ha perso a Trivia Track (muahahah). Alla fine della giornata, quel gesto ormai automatico l’hai fatto per 60 volte.

Non è possibile, sarà stata solo una giornata eccezionale. Aspetti il giorno dopo e realizzi che la solfa non cambia. Da quel momento in poi, inizi ad aver paura di guardare lo schermo del telefonino, perché sai che se vedrai una notifica poi dovrai sbloccarlo e (cavolo!) non puoi, perché già lo hai fatto 40 volte e sono solo le 15:00. La sera vai a letto e controlli il cronometro: 2 ore e mezzo. Fai un rapido conteggio. Mi sono alzata alle 8, adesso sono le 23. In 15 ore, ne ho passate quasi 1/5 attaccata al telefono. SOLO al telefono, perché comunque computer, iPad e iPod sono rimasti fuori dal conto dell’app.

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Insomma, Quality Time mi ha fatto prendere coscienza del problema. Siamo sicuri, allora, che zii/nonni/vecchi amici di famiglia non abbiano ragione, alla fin fine? Passiamo davvero troppo tempo di fronte a “quell’aggeggio infernale”, comunicando con persone dall’altra parte della città, o del paese, mentre ignoriamo quelle che invece sono dall’altra parte del tavolino.

Consiglio vivamente a tutti di scaricare una di queste app per rendervi conto anche voi di quello che sto dicendo. Non è detto che poi arriverete a cambiare le vostre abitudini, ma almeno vi renderete conto di quanto tempo sprechiamo tutti i giorni dietro un oggetto come il cellulare: apparentemente innocuo, ma terribilmente incantatore.


Revisore: Giorgia Giometti

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