Quella tra l’Italia e il caffè è una storia d’amore che dura da sempre. Cosa c’è di meglio che svegliarsi la mattina con il profumo dell’espresso che riempie la cucina? E come faremo ad affrontare le nostre giornate senza un po’ di caffeina in circolo? Quei dieci minuti al bar sono un rito sacro da condividere con gli amici, colleghi di lavoro o compagni di scuola o dell’università. È strano pensare come proprio questa abitudine tutta italiana abbia ispirato l’idea di Starbucks come lo conosciamo oggi.

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Siamo nel 1983, il primo Starbucks ha aperto a Seattle, negli Stati Uniti, già da 12 anni. Ma è solo una caffetteria come tutte le altre, un luogo dove le persone entrano per consumare ed escono dopo pochi minuti per avventurarsi nel caos della città. Lo storico amministratore delegato della catena, Howard Schultz, arriva a Milano e rimane affascinato dal modo che hanno gli italiani di ritrovarsi nei bar non solo per ordinare la colazione, ma soprattutto per socializzare e per ritrovarsi con i loro conoscenti.

Ve lo immaginate come possiamo essere apparsi agli occhi di un americano? C’è il classico tifoso che si lamenta dell’ultima partita davanti ad un giornale sportivo, il signore distratto che si mette a sorseggiare il cappuccino davanti al bancone dei cornetti e che ti costringe a scegliere la tua brioche alla cieca, il barista disperato che fatica a ricordarsi chi voleva il caffè al-vetro-macchiato-caldo-senza-schiuma e chi invece voleva il cappuccino con-il-latte-scremato-non-troppo-caldo-con-spolverata-di-cacao-amaro, la cassiera che ti guarda male se ti azzardi a pagare 80 centesimi di caffè con la banconota da 20 euro e la signora che parla sempre a voce troppo alta dei suoi problemi di salute. Insomma, il panico, per un americano, ma una comune mattina al bar, per noi italiani.

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Eppure a Schultz siamo piaciuti. “Sembrava così ovvio… Se fossimo riusciti a ricreare in America l’autenticità del bar da caffè italiano, essa avrebbe potuto colpire altri americani come aveva colpito me”. Giuro che non sto inventando, l’ha detto sul serio.

Ed aveva ragione a pensarla così, visto l’impero che ha costruito in nemmeno 30 anni. L’idea nata in Italia ha dovuto aspettare diverso tempo prima di poter essere messa in pratica ed ha subito varie modifiche per soddisfare i bisogni dei clienti americani, completamente diversi rispetto a noi.

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Il punto di forza della catena è stato creare un luogo accogliente e alla moda, dotato di tutte le tecnologie di cui si può aver bisogno (in America vige la regola no wi-fi, no party), dove ci si possa sedere e restare per ore senza essere disturbato da nessuno. Allo stesso tempo, chi è di corsa e deve sbrigarsi a trovare un taxi libero può agguantare al volo un bicchiere di plastica e uscire dal negozio in cinque minuti contati.

Ma Starbucks non è solo perfetto per ogni tipo di clientela, è anche fashion. Passeggiare avendo in mano il bicchiere bianco con il tipico disegno verde è cool. Se sei un giornalista bravo e famoso sei senz’altro fico, ma se scrivi i tuoi articoli con il tuo portatile da Starbucks sei proprio il top. Tutto dentro i negozi della catena sembrano volerti dire “Accomodati pure e rilassati, c’è buona musica, buon cibo, fai come se fossi a casa tua. Anzi, mettiti pure vicino alla finestra, così tutti ti vedranno”.

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Al giorno d’oggi, Starbucks conta più di 21mila caffetterie in tutto il mondo. La varietà del suo menù è spesso disarmante: cappuccino, caffè americano, frappuccini, latte (a base di espresso e latte caldo, con meno schiuma del cappuccino), mocha, caramel macchiato, tè ed espresso. Ma non solo, possiamo anche accompagnare le nostre bevande con dolci di ogni genere e acquistare gadget come tazze, piattini, porta caffè, ecc.

Il suo logo è l’immagine stilizzata di una sirena a due code, creatura omerica metà donna e metà pesce, seduttrice abile nell’ammagliare i vari marinai di turno. Negli anni il logo è stato più volte modificato, fino ad arrivare a quello che nei giorni nostri lo rende famoso e riconoscibile al mondo, tanto da farci brillare gli occhi quando ne scorgiamo uno.

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L’Italia, regina indiscussa dell’espresso, continua ad essere uno dei pochi paesi lontani dalla mira espansionistica di Starbucks. “Agli italiani non piacciono le tazze di plastica, poiché essi non considerano neanche la possibilità di prendere il caffè fuori dal bar, bevendoselo mentre camminano o guidano”. L’idea di non includere il Belpaese nella lista sembra essere una scelta ponderata: il rischio di fallire è consistente.

Nonostante non ci sia ancora nessun presupposto per l’apertura di un negozio in Italia, a parte varie bufale circolate sul web, il dibattito sul se sia giusto farlo o no è ancora in atto. Perché tanto è così, a noi ce piace chiacchiera’ (per dirla alla romana… lo diceva anche la Ferilli!). E allora troviamo da una parte quelli che rivendicano le nostre antiche tradizioni e sono quindi assolutamente contro l’americanizzazione di uno dei nostri prodotti più tipici; dall’altra quelli che invece sono a favore e credono che le caffetterie americane non possano assolutamente sostituirsi ai classici bar che tanto amiamo, ma aggiungono un qualcosa in più, quindi perché non possiamo averli entrambi? C’è solo un posto libero nel cuore degli italiani e quel posto è già occupato da tempo dall’accoppiata cornetto+cappuccino.

Un dibattito così acceso nella nostra penisola non si vedeva dal lontano 1914, quando gli interventisti si scontravano con i neutralisti riguardo la partecipazione alla Prima Guerra Mondiale. Voi a quale schieramento appartenete?


Revisore: Giorgia Giometti

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